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Sulle vette aspre e frastagliate di Montserrat, le rocce assomigliano a gigantesche mani levate al cielo, e sono le custodi fedeli di un segreto antico. Qui infatti, a più di settecento metri d’altezza, sorge un santuario che da secoli è cuore e simbolo della Catalogna, dove ha dimora la Madonna di Montserrat, la Moreneta. Di che si tratta? Di una piccola effige che raffigura la Vergine Maria, vestita d’oro e col volto scuro che veglia instancabile su questa terra. È una Madonna nera, una delle tante diffuse in giro per il mondo. Il culto delle Madonne nere attraversa i secoli e i continenti. Da Montserrat a Tindari, da Częstochowa all’America Latina, queste immagini custodiscono un mistero che intreccia fede e leggenda.

Madonne nere in Italia e nel mondo: origini e mistero di un culto
Da secoli le Madonne Nere costituiscono il cuore di molti…
La teoria più verosimile è che queste statue siano diventate nere per effetto del tempo, del fumo delle candele o della naturale ossidazione del legno. Alcune però sembrano nate così e richiamano antichi simboli di fertilità e di sacralità, forse immagini di divinità pagane riadattate dopo l’avvento del Cristianesimo. In ogni caso, il colore non ne diminuisce la luce: anzi, ne accresce il mistero e l’attrazione. La tradizione attribuisce molte di queste Madonne, compresa la Madonna di Montserrat, all’evangelista Luca.
Salendo fino all’abbazia di Montserrat, con la funivia che si libra in un vuoto vertiginoso, o con il treno a cremagliera che serpeggia tra i dirupi, si percepisce subito il mistero e la fascinazione mistica di questo luogo. Qui si respira un’aria diversa, e il Monastero di Santa Maria di Montserrat non è una mèta per chi cerca il semplice turismo, ma un vero pellegrinaggio dell’anima.

La Madonna Nera nel Santuario di San Luca a Bologna
La Madonna Nera del Santuario sul colle della Guardia, a Bologna, è una delle immagini…
La storia della Madonna nera di Montserrat
Una leggenda racconta che alcuni pastori intenti a custodire le greggi tra le rupi impervie udirono un canto celestiale alzarsi dalle rocce. Seguendo quel canto vennero abbagliati da luce splendente e, quando i loro occhi tornarono a vedere, scorsero l’entrata di una grotta. Qui trovarono la piccola statua lignea della Vergine con il Bambino. Era l’880 d.C.
Quando il vescovo, informato dell’evento miracoloso, tentò di portarla a Manresa, la statua si fece tanto pesante da non poter essere trasportata. Il messaggio era chiaro: Maria voleva restare lì, tra quelle montagne, che da allora sono diventate la sua dimora.
Alta appena 95 centimetri, l’attuale statua che raffigura la Vergine è di epoca romanica, risalente al XII secolo. Maria è seduta in trono e tiene Gesù Bambino sulle ginocchia. Nella sua mano destra regge una sfera, che simboleggia l’universo e il creato. Il Bambino ha invece nella manina una pigna, emblema di fecondità e vita eterna, mentre con l’altra mano benedice i fedeli. Il colore bruno del volto e delle mani non è un artificio: il tempo, il fumo delle candele, i secoli di preghiere hanno scurito il legno, donandole quella tonalità unica che le valse il nome di Moreneta, la “piccola scura”. A parte i volti e le mani, la statua è quasi interamente rivestita d’oro. Secondo la leggenda, anche la Madonna di Montserrat è stata attribuita a San Luca, che l’avrebbe scolpita in Terra Santa. Sarebbe stato San Pietro a portarla fino a Barcellona e poi, con alterne vicende, sarebbe arrivata fino alla grotta in cui la ritrovarono i pastorelli. Difficile scindere storia e leggenda.

Il culto della Madonna di Montserrat si è diffuso dalla Catalogna e ha viaggiato attraverso il mare. In Sardegna è riconosciuta come patrona dei sarti, e ad Alghero una cappella a lei dedicata è stata benedetta nel 2012 dall’abate di Montserrat, sigillando un legame che da secoli unisce due terre attraverso lo stesso volto scuro e luminoso di Maria. La festa liturgica della Moreneta è il 27 aprile.
Il Santuario di Montserrat sfida i secoli
La storia del Monastero di Santa Maria di Montserrat comincia ufficialmente nel 1025, quando l’abate Oliba di Ripoll decise di fondare un nuovo monastero benedettino nel luogo dove già sorgeva un antico eremo. Le ragioni di questa scelta sono da ricercare nelle dispute con i monaci del vicino monastero di Santa Cecilia, ma fu proprio grazie a questi contrasti che a Montserrat nacque una comunità destinata a diventare il cuore spirituale per tutta la Catalogna. La devozione alla Madonna nera rinvenuta nella grotta attirava già da tempo numerosi pellegrini tra quei sentieri impervi e quelle terrazze di pietra spalancate su abissi spaventosi. I fedeli lasciavano donazioni sempre più cospicue, mentre aumentavano i racconti sui prodigi legati alla Vergine, e questo permise al complesso di crescere rapidamente e prosperare. Nel 1409, dopo lunghe diatribe, una bolla di Benedetto XIII concesse a Montserrat il titolo di abbazia autonoma, ma in seguito re Ferdinando II impose un nuovo controllo esterno, legando il monastero alla congregazione di Valladolid. Così, per secoli, la vita monastica fu segnata da un alternarsi di abati catalani e castigliani, in un gioco di tensioni più politiche che religiose, come spesso accadeva in passato.
Il XIX secolo portò nuove sciagure sulla dimora della Moreneta: le truppe napoleoniche saccheggiarono e incendiarono il complesso nel 1811 e di nuovo nel 1812. Come se non bastasse, nel 1835 la legge di esproprio di Mendizábal costrinse i monaci ad abbandonare Montserrat e per nove anni la montagna restò senza la sua comunità. Poi, nel 1844, i benedettini tornarono. Una rinascita lenta, ma definitiva. Dal 1862 Montserrat entrò a far parte della congregazione sublacense dell’Ordine di San Benedetto, legame che dura ancora oggi.
Oggi il complesso si sviluppa come una piccola cittadella. Da una parte la basilica con gli spazi monastici, dall’altra gli edifici destinati ai pellegrini, con foresterie, ristoranti e negozi. La basilica, ricostruita dopo le distruzioni ottocentesche, presenta una navata unica circondata da cappelle laterali. Sull’altare maggiore si ammira un raffinato crocifisso d’avorio, attribuito al giovane Michelangelo, sebbene l’attribuzione non sia unanimemente accettata. Sopra, attraverso un portale di alabastro intarsiato di scene bibliche, si accede al cuore più segreto: la cappella che custodisce la Moreneta. Il chiostro si snoda su due livelli e conserva reperti antichi, alcuni dei quali risalgono al X secolo. Accanto, il museo del monastero racconta l’anima culturale di Montserrat: una sezione preistorica, una dedicata all’Oriente biblico e una pinacoteca che raccoglie nomi come Dalí, Picasso, El Greco e persino Caravaggio.
Ma Montserrat non è solo storia e architettura. La voce dell’Escolania, il coro di voci bianche che canta dal XIII secolo senza interruzione, ne riempie le sale e i cortili. I ragazzi che lo compongono vivono insieme ai circa ottanta monaci che abitano il monastero, e ogni giorno alle 13:00 le loro voci si elevano nel Virolai, l’inno alla Vergine, riempiendo la basilica e le montagne di una dolcezza che commuove:
“Rosa d’abril, Morena de la serra, de Montserrat estel”
(Rosa d’Aprile, Morena de la Sierra, stella di Montserrat)
Non mancano gli episodi che intrecciano Montserrat alla grande storia: qui, nel 1522, sant’Ignazio di Loyola decise di deporre la sua spada ai piedi della Madonna, segnando l’inizio della sua conversione. Ferito nella battaglia di Pamplona nel 1521, si recò al monastero di Montserrat, dove vegliò davanti alla Madonna, rinunciando alla sua vita di cavaliere. Proseguì poi a Manresa, vivendo mesi di ascesi e preghiera nella grotta che ancora oggi si visita, luogo in cui prese forma il nucleo degli Esercizi Spirituali. Sul percorso che conduce al tempietto della Vergine di Montserrat si incontra una copia della sua spada, simbolo di quella scelta radicale. Da queste mura, nel 1493, partì Bernat de Boïl, monaco benedettino che accompagnò Colombo nel suo secondo viaggio verso le Americhe.

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Passeggiare oggi nel complesso di Montserrat significa percepire la stratificazione di tutto questo: le ferite lasciate dagli incendi e dalle guerre, la grandezza dell’arte che impreziosisce i suoi spazi, la vita silenziosa dei monaci, la presenza costante della Moreneta che attira migliaia di pellegrini. È un luogo che non si lascia raccontare solo con le date, ma con i gesti, i canti, i colori che cambiano al tramonto. Un luogo che, pur avendo conosciuto distruzione e abbandono, ha sempre trovato la forza di rinascere, rinnovando il suo ruolo di cuore spirituale della Catalogna.
Chi si mette in fila per salire alla “sala del trono” percorre un sentiero fatto di silenzio e attesa. Le cappelle che si incontrano lungo il cammino, le centinaia di candele del Camí de l’Ave Maria, il Cammino dell’Ave Maria, le preghiere sussurrate: tutto prepara l’anima all’incontro con la Moreneta.
Toccare la mano che regge la sfera è un gesto semplice, ma potente: un contatto diretto con il mistero, la firma di un pellegrinaggio che rimane nel cuore per sempre.

Come arrivare al monastero di Montserrat
Da Barcellona, in un’ora di treno si arriva ai piedi della montagna. Da lì, la funivia Aeri sale fino al monastero, mentre il treno a cremagliera permette di osservare da vicino le forme bizzarre delle rocce.
Chi preferisce l’auto può percorrere la strada tortuosa che sale da Monistrol, mentre i più devoti scelgono ancora l’antico sentiero dei pellegrini, due ore di cammino che trasformano ogni passo in preghiera. Ogni stagione offre il suo volto: i fiori selvatici in primavera, la luce lunga d’estate, i toni caldi dell’autunno, la neve silenziosa d’inverno.
Da oltre mille anni la Madonna di Montserrat continua a vegliare sui catalani e su chiunque arrivi a cercare pace sulle sue montagne. Pellegrini, turisti, artisti, credenti e semplici viandanti: tutti trovano in lei un sorriso misterioso che consola e unisce. E quando il sole tramonta sulle cime seghettate, tingendo di rosa e oro le mura dell’abbazia, sembra di udire ancora l’eco di quel canto celestiale che guidò i pastorelli tanti secoli fa. Un canto che dice, con voce materna, che chi sale a Montserrat non torna mai a mani vuote: la Moreneta dona sempre qualcosa, anche solo un filo di serenità.

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