Perdonanza Celestiniana: il Giubileo più antico della cristianità, patrimonio UNESCO

Perdonanza Celestiniana: il Giubileo più antico della cristianità, patrimonio UNESCO

La Perdonanza Celestiniana, il Giubileo più antico della cristianità: un rito di perdono e pace riconosciuto Patrimonio UNESCO

A L’Aquila, da oltre sette secoli, il tempo non si limita a passare: ritorna. Ogni anno, alla fine di agosto, nell’infuocato tramonto estivo, si rinnova un atto di misericordia che precede di sei anni il primo Giubileo della storia cristiana. Accade nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio, tra pietre che hanno visto imperi e rovine, dove prende forma la Perdonanza Celestiniana, oggi riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale dell’umanità.

Tra quelle mura si intrecciano una visione e un gesto: un papa che veniva dall’eremitaggio, una bolla che scardinò le consuetudini del suo tempo, una porta che si apre per chiunque abbia il coraggio di attraversarla. La Perdonanza non è solo un rito, ma una memoria viva fatta di passi, attese, silenzi. È la storia di una città che ha scelto la misericordia come segno identitario, trasformando il perdono in un atto pubblico, condiviso, necessario.

vaticano

Leggi anche:

Cos’è il Giubileo: prepariamoci a un nuovo Anno Santo
Cos’è il Giubileo? Ogni quanto viene celebrato? In vista dell’Anno Santo 2025 scopriamo l’origine di questa…

Che cos’è la Perdonanza Celestiniana

La Perdonanza Celestiniana nasce nel 1294. Non come progetto, non come sistema, non come modello da esportare. Nasce perché un uomo, Pietro del Morrone, decide che il perdono non può restare lontano. Pietro viene dalle montagne, dalla solitudine, dalla preghiera che non ha bisogno di testimoni. Quando diventa papa con il nome di Celestino V, porta con sé quello sguardo essenziale, quasi ruvido. E compie un gesto che, per il suo tempo, è destabilizzante nella sua semplicità. Con la bolla Inter Sanctorum Solemnia concede l’indulgenza plenaria a chi entra a Collemaggio in un arco di tempo preciso: dal vespro del 28 agosto al tramonto del 29. Non chiede viaggi lunghi, non chiede denaro, non chiede prove di forza. Chiede una cosa sola: esserci. Confessati, pentiti, presenti.
Nel Medioevo il perdono è spesso fatica, distanza, sacrificio. Qui no. Qui è un passaggio, una soglia, una porta che si apre e non distingue tra ricchi e poveri, tra colti e ignoranti, tra chi conta e chi no.

indulgenza plenaria

Leggi anche:

Indulgenza plenaria: significato, origini e come ottenerla
Cos’è l’indulgenza plenaria? Ecco perché Papa Francesco l’ha concessa a chi partecipa all’Anno…

La Perdonanza non è ancora un Giubileo, almeno non nel senso che verrà definito qualche anno dopo, nel 1300, da Bonifacio VIII. È un’indulgenza perpetua, legata a un luogo preciso, a una data, a una comunità. E proprio per questo è nuova. Perché rende il perdono concreto, locale, vicino. Sei anni prima del primo Giubileo ufficiale, la Perdonanza mette in circolo un’idea che cambierà tutto: il perdono come possibilità reale, non come premio distante. Non come eccezione, ma come apertura. Per questo, a guardarla oggi, la Perdonanza è il primo Giubileo della cristianità. Non perché lo dichiari un atto giuridico, ma perché lo dice un gesto che si ripete, identico, da oltre sette secoli.

Quel gesto non si è mai fermato. Nemmeno quando L’Aquila è stata spezzata dal terremoto del 2009, nemmeno quando la Basilica di Collemaggio era ferita. La Perdonanza è andata avanti lo stesso. Perché non vive solo nelle pietre, ma nella memoria condivisa, nella responsabilità di chi la attraversa.

Oggi l’UNESCO la riconosce come patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Ma questo arriva dopo. Prima c’è altro: una città che, da secoli, sceglie di tenere aperta una porta. Anche quando sarebbe più facile chiuderla.

La Basilica di Santa Maria di Collemaggio e il rito dell’apertura della Porta Santa

La Basilica di Santa Maria di Collemaggio non è solo un edificio. È una porta aperta sul perdono.
Pietro del Morrone la volle così, quando ancora non era papa e forse non immaginava nemmeno di diventarlo. La fece costruire a partire dal 1287, in un luogo aperto, luminoso, lontano dalle architetture del potere. Romanico abruzzese nella sua forma più limpida: pietra bianca e rosa, geometrie che non impongono, ma accompagnano. Una fede che non schiaccia, una preghiera che prende corpo.

qual è il nome più usato dai papi

Leggi anche:

Qual è il nome più usato dai papi?
Qual è il nome più usato dai papi? Un viaggio attraverso i segreti millenari…

Eppure la Perdonanza non comincia tra queste mura. Comincia prima. Molto prima.
Comincia sul Monte Morrone, all’eremo di Sant’Onofrio, tra rocce nude e silenzi ostinati. È lì che viene acceso il fuoco sacro. Non come gesto spettacolare, ma come memoria di un uomo che ha abitato la solitudine, che ha scelto l’essenziale, che ha imparato ad ascoltare.

Quel fuoco viene affidato a un tripode, il Tripode della Pace, e messo in cammino. Ottanta chilometri circa, ventitré paesi attraversati a passo d’uomo, tra la Valle Subequana e l’Aquilano. È il Cammino del Perdono. Non una staffetta, non una processione qualsiasi. Piuttosto una lenta cucitura del territorio. Ogni tappa è accoglienza, ogni sosta un riconoscersi parte dello stesso racconto.

Quando il fuoco arriva all’Aquila, il 23 agosto, rimane acceso nel cuore della città fino al 29, come un segnale discreto, ma costante. Annuncia che qualcosa sta per accadere, che il tempo sta cambiando.

Il 28 agosto la città si muove.
Le strade si riempiono di volti, stoffe, suoni antichi. Non è una rievocazione nel senso turistico del termine. Circa mille persone in abiti medievali attraversano il centro storico: autorità, comunità, tamburi, chiarine, sbandieratori. Ma soprattutto attraversa la memoria. Nel corteo ci sono tre figure che non rappresentano un ruolo, ma un’intenzione.
La Dama della Bolla: l’accoglienza.
Il Giovin Signore: la solidarietà.
La Dama della Croce: la pace.
Non simboli astratti, ma parole incarnate che camminano tra la gente.collemaggio

Quando il corteo arriva a Collemaggio, la bolla viene letta ad alta voce. È il sindaco dell’Aquila a farlo. Le parole di Celestino V tornano nell’aria dopo più di sette secoli. Non suonano antiche, suonano necessarie. In quel momento è chiaro che non si sta assistendo a una cerimonia, ma a qualcosa che precede e supera il rito: il primo gesto giubilare della cristianità.

All’alba, la Porta Santa viene aperta.
Tre colpi. Sempre gli stessi. Da secoli.
Il legno risponde. La soglia cede. Chi attraversa Collemaggio in quelle ore lo sa: non sta entrando in un edificio. Sta lasciando qualcosa fuori. Il peso, il rimorso, la fatica. Le lacrime arrivano spesso in silenzio. Non sono dolore. Sono alleggerimento.

Dal mattino del 28 al tramonto del 29 agosto, la basilica accoglie, senza chiedere, senza distinguere. Storie diverse, vite spezzate e ricucite, preghiere dette e taciute. Il tempo si dilata. La pietra ascolta. Poi la porta si richiude. Il fuoco viene spento. Il corteo accompagna la bolla al municipio. Tutto sembra tornare al suo posto.
Ma non è vero. Perché ciò che è stato attraversato non si richiude davvero.
La Perdonanza resta, nelle persone, nella città. In quell’idea semplice e vertiginosa che, una volta all’anno, il perdono non è lontano. È lì. E aspetta.

porta santa

Leggi anche:

Porta Santa: cos’è e cosa rappresenta la sua apertura
L’apertura della Porta Santa segno l’inizio del Giubileo, ma rappresenta anche per i cristiani un simbolo…

La Perdonanza Celestiniana come patrimonio UNESCO

Nel 2019 la Perdonanza Celestiniana è entrata nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dell’UNESCO. È una frase che suona solenne, ma dice poco, se non la si guarda da vicino. Perché quel riconoscimento non riguarda un evento da calendario, né una celebrazione da esibire. Riguarda un gesto che continua a vivere.

L’UNESCO non ha “premiato” la Perdonanza: l’ha riconosciuta. Ha visto in essa qualcosa che va oltre la devozione cattolica e oltre i confini italiani: un linguaggio umano comprensibile ovunque. Il perdono come possibilità concreta. La riconciliazione come atto pubblico. La pace non come parola astratta, ma come pratica condivisa.

Sono gli stessi valori che attraversano il corteo: l’accoglienza, la solidarietà, la pace. Non come simboli decorativi, ma come responsabilità. Perché quelle figure non sfilano per rappresentare un passato lontano: portano avanti un’idea di comunità che ancora regge. In un tempo che sembra incapace di dialogo, la Perdonanza non offre soluzioni, ma un esempio. Dice che si può ricominciare. Che l’errore non è una condanna definitiva. Che la misericordia non è un privilegio per pochi, né una concessione legata al potere o alla ricchezza. È una porta aperta, uguale per tutti.

giubileo della misericordia

Leggi anche:

Logo del Giubileo della misericordia: cos’è e chi lo disegnò
Il logo del Giubileo straordinario della misericordia è stato ideato e disegnato da un artista e un religioso…

Quando l’UNESCO parla di patrimonio immateriale, parla di questo: di tradizioni che non si conservano in una teca, ma nelle persone. Nei gesti ripetuti. Nei cammini percorsi. Nelle parole che tornano, anno dopo anno, senza perdere senso. La Perdonanza vive all’Aquila, certo. Ma non resta ferma. Si muove. Attraversa la provincia, i paesi della Valle Subequana, le comunità che accolgono il fuoco e lo accompagnano. È un evento corale, fatto di legami più che di confini, di continuità più che di spettacolo.

Il riconoscimento UNESCO non ha cambiato la Perdonanza. Ha cambiato lo sguardo su di essa. Ha reso evidente una responsabilità: custodire senza imbalsamare, trasmettere senza trasformare in folclore. Continuare a viverla, non a metterla in scena.

Dopo il terremoto del 2009, quando L’Aquila era ferita e Collemaggio gravemente danneggiata, la Perdonanza non si è fermata. E lì si è capito tutto. Che questo patrimonio non abita nelle mura, ma nella memoria condivisa. Che può attraversare le macerie. Che può resistere. Oggi Collemaggio è tornata a splendere, ma ciò che conta davvero è altro: il fatto che, ogni anno, una comunità intera sceglie di rinnovare lo stesso gesto. Accendere un fuoco, metterlo in cammino, aprire una porta.

È per questo che la Perdonanza è patrimonio dell’umanità. Non perché sia antica, ma perché è viva. Perché continua a dire, senza alzare la voce, che ogni essere umano ha diritto a una seconda possibilità. Che il perdono non è un’eccezione. Che ricominciare è ancora possibile. E che, a volte, basta attraversare una soglia.