Benedizione degli zaini all’inizio dell’anno scolastico

Benedizione degli zaini all’inizio dell’anno scolastico

Benedizione degli zaini: il gesto piccolo che apre l’anno scolastico con una marcia in più

C’è un profumo che torna ogni fine agosto e non appartiene solo alle cartolerie. È l’odore della carta nuova, della colla ancora fresca sulle copertine, della tela dello zaino che non ha ancora preso la forma della schiena. Nelle famiglie italiane quel profumo arriva insieme a una trepidazione antica, quasi agricola: qualcosa sta per ricominciare e non si sa ancora se sarà una fatica o una fortuna. Parliamo dalla scuola, naturalmente. In tante parrocchie, proprio in quei giorni, lo zaino non resta solo sulla scrivania, in attesa del fatidico primo giorno: entra in chiesa. Lo studente lo  porta con sé, lo posa vicino all’altare, lo alza un poco, e un prete lo asperge con acqua benedetta. Questo gesto si chiama benedizione degli zaini ed è un atto discreto, e per questo più vero e prezioso.

Se ci pensiamo lo zaino non è un oggetto comune. Lo si compra o lo si eredita dal fratello maggiore, lo si riempie di quaderni ancora bianchi, di un diario che per qualche settimana resterà ingenuo, di una merenda che la mamma ha piegato nella carta. Un mattino di settembre, quello stesso oggetto attraversa il sagrato. I bambini lo tengono con due mani, come se contenesse qualcosa di più fragile dei libri. I più piccoli lo trascinano; i più grandi lo tengono in spalla con un’aria già un po’ adulta, come chi sa che da lì in poi le giornate avranno un orario.
La chiesa, in quel momento, non chiede loro di diventare santi. Chiede solo di fermarsi. Il rumore percorre la navata, tosse, passi, un bambino che lascia cadere una matita. Anche questo diventa parte del rito. Qualcuno sorride. Qualcuno ha gli occhi lucidi e finge di sistemare una fibbia. È lì che la benedizione degli zaini smette di essere una curiosità pastorale e diventa quello che è: un modo per dire che la scuola non è un territorio neutrale, ma un pezzo di vita, e la vita, per chi crede, non si lascia fuori dal sagrato.

Nei paesi anglosassoni lo stesso gesto ha un nome più diretto, quasi domestico: Blessing of the Backpacks. Nelle parrocchie episcopaliane, luterane, cattoliche degli Stati Uniti i ragazzi salgono all’altare con lo zaino ancora etichettato, a volte con un ciondolo o un cartoncino da appendere alla cerniera. La differenza di lingua non cambia la sostanza. Si benedice non l’oggetto in sé, ma il cammino che quell’oggetto accompagnerà: i compiti fatti tardi, le interrogazioni, l’amicizia che nasce al banco di dietro, la solitudine di chi non trova posto.

Non è magia, ed è proprio questo il punto

Ogni anno, prima della celebrazione, qualche parroco sente il bisogno di precisarlo: non è un rito magico. Don Daniele Bosi, in Romagna, lo ripete da tempo. Benedire gli zaini non serve a far andare meglio i voti, non tiene lontani i bulli, non rende più leggeri i libri di storia. Serve a ricordare che la fede, se è fede, cammina anche tra i banchi. Il Benedizionale italiano, ai numeri 206-209, lo dice con una formula che merita di essere riletta piano: anche un anno scolastico che muove i primi passi è un umile In principio…, un inizio in cui Dio può ancora compiere cose meravigliose incontrando la buona volontà di chi anima la scuola.
La benedizione, insomma, non cade sullo zaino come un incantesimo: cade sulle persone. Sui bambini che lo porteranno, sui genitori che la mattina li aiuteranno a chiuderlo, sugli insegnanti che ogni giorno dovranno tenere insieme discipline e umanità. Lo zaino è solo il segno visibile, come il pane nella Messa, come l’acqua nel battesimo: un oggetto povero che diventa linguaggio.
Quando il celebrante traccia il segno della croce e asperge con l’acqua benedetta, succede qualcosa di molto concreto e insieme di molto sottile. I bambini alzano lo sguardo, qualcuno chiude gli occhi, qualcuno guarda la madre. L’acqua cade sulla tela, sulle cerniere, sul nome scritto con il pennarello indelebile. Non bagna i quaderni, di solito. Bagna l’idea che quei quaderni non saranno solo carta.

La preghiera dell’alunno, detta a voce bassa

In molte chiese italiane il rito è accompagnato dalla preghiera dell’alunno. Non è un testo unico, petrificato. Cambia da diocesi a diocesi, da foglio ciclostilato a segnalibro colorato. Una delle versioni più diffuse, quella che si sente spesso sulle coste e nell’entroterra, comincia così: “Signore Gesù, che sei cresciuto in età, sapienza e santità alla scuola di Maria e di Giuseppe…”. Poi chiede cose umili: una mente sveglia, un cuore sereno, una penna attenta, il tempo usato bene, la capacità di imparare le cose belle e di condividerle. È una preghiera che non promette l’eccellenza: chiede attenzione. Chiede di non sprecare gli istanti. In un’epoca in cui i bambini arrivano a scuola già stanchi di schermi, quella richiesta ha un sapore quasi politico, nel senso più alto della parola: riguarda il modo in cui si abita il proprio tempo.
A volte la preghiera dell’alunno viene stampata su un cartoncino e consegnata come segnalibro. Il bambino la mette tra le pagine del diario. Nei mesi successivi, quando il diario sarà pieno di voti, di richiami, di cuoricini disegnati a matita, quel foglietto resterà lì, un po’ stropicciato. Non tutti lo rileggeranno, qualcuno sì, in un pomeriggio di ottobre, prima di un’interrogazione. Ed è già abbastanza.

Quello che conta davvero

Chi ha frequentato queste celebrazioni sa che il momento più vero non è sempre la formula ufficiale. È il dopo: i bambini che si voltano verso i genitori per capire se è andato tutto bene; le maestre che, invitate a ricevere anch’esse la benedizione, restano un attimo in piedi con un sorriso impacciato, come se non sapessero dove mettere le mani; i nonni in ultima fila; il sagrestano che raccoglie gli zaini caduti.
In alcune parrocchie, ai piedi dell’altare, si lasciano anche astucci, quaderni, scatole di colori da donare alle famiglie in difficoltà. Il gesto allarga il cerchio. La scuola, allora, non è più solo quella del proprio figlio: è anche quella del figlio di un altro, quello che forse quest’anno non avrà lo zaino nuovo. La benedizione degli zaini, se è onesta, contiene anche questa povertà. Non la nasconde sotto il nastro colorato.
C’è poi il dettaglio che i fotografi amano e che i teologi forse sottovalutano: i bambini che alzano lo zaino in alto, come un trofeo. Lo fanno perché glielo hanno chiesto, o perché è naturale. In quella foto un po’ sgranata di fine estate c’è tutta la contraddizione del rito: da una parte l’oggetto di consumo, a volte costosissimo, a volte griffato; dall’altra un’intenzione antica: affidare, consegnare, dire: “questo peso non lo portiamo da soli.”

sacrestia

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Nei mesi che seguono, lo zaino cambia: si sporca. si strappa un angolo, accumula briciole, un bigliettino piegato, una penna che non scrive più. Diventa il diario involontario di un’esistenza. La benedizione degli zaini, se ha funzionato, non impedisce nulla di tutto questo. Non rende più facile l’autunno. Rende soltanto meno muto l’inizio. Per i genitori è anche un modo per deporre, almeno per un’ora, l’ansia da prestazione. Non si chiede al Signore di fare del proprio figlio un primo della classe: si chiede che cresca, che resti sveglio, che non perda il gusto di capire. Che trovi, nella scuola, qualcosa di più della classifica.

Per la comunità cristiana è un esercizio di realismo. La fede non vive solo nei ritiri e nelle feste comandate. Vive il lunedì mattina, quando suona la campanella e qualcuno ha mal di pancia. Vive nel compito in classe. Vive nell’insegnante che entra in aula con la voce già stanca. Benedire gli zaini significa accettare che il sacro possa abitare anche lì, senza teatralità.
Alla fine della celebrazione i bambini escono. Lo zaino torna sulle spalle. Fuori c’è la luce di settembre, quella particolare, già un po’ più bassa, che in Italia sa di vendemmia e di ricominciamenti. Qualcuno corre. Qualcuno resta indietro a parlare. Il prete spegne il microfono. In sacrestia resta l’odore dell’incenso mescolato a quello, tenace, della tela nuova.
Non è poco. È quasi tutto quello che un rito può fare: non cambiare il mondo, ma cambiare il modo in cui lo si attraversa. La benedizione degli zaini non promette un anno facile. Promette soltanto che quell’anno, con le sue fatiche e le sue gioie piccole, è stato guardato. Ed è già un inizio diverso.

Blessing of the Backpacks, stessa fame di inizio

Oltreoceano il Blessing of the Backpacks è diventato, in molte comunità, uno degli appuntamenti più partecipati di fine estate. Non è un’invenzione recente nata dal marketing parrocchiale. Nasce dalla stessa intuizione: il ritorno a scuola è un passaggio, e i passaggi hanno bisogno di parole e di gesti. Nelle chiese americane si benedicono anche borse per computer, cartelle degli insegnanti, a volte gli stessi insegnanti. Si prega per il coraggio, per la gentilezza, per la curiosità. Si prega, in modo molto concreto, “perché io ricordi la combinazione dell’armadietto e la regola d’oro.”  La differenza con l’Italia è di tono più che di sostanza. Lì il rito è spesso più festoso, con tag da appendere allo zaino, gelati sul prato, foto di gruppo. Qui resta più raccolto, più liturgico, più legato alla Messa domenicale. Ma il bisogno è identico. All’inizio di un anno che sarà fatto di valutazioni, di confronti, di stanchezze, qualcuno deve dire ai bambini, e ai loro adulti, che non sono soli nel corridoio.