Il mio nome è Carlo: recensione e trama del film dedicato a Carlo Acutis

Il mio nome è Carlo: recensione e trama del film dedicato a Carlo Acutis

Il mio nome è Carlo: trama, personaggi e recensione del film tv sulla vita di Carlo Acutis, tra fede, amicizia, passione per il web e malattia

Jeans, felpa, scarpe da ginnastica. Carlo Acutis è vestito così ancora oggi, nella tomba del Santuario della Spogliazione ad Assisi, e forse nessuna immagine dice meglio chi fosse: un quindicenne milanese come tanti, morto nel 2006. Il suo corpo non è incorrotto, checché se ne sia detto, ma alla ricognizione è apparso meglio conservato del previsto, abbastanza da riaprire anche per lui l’antica discussione sui santi incorrotti. In meno di vent’anni si è ritrovato sugli altari, con la canonizzazione arrivata nel 2025, e nelle preghiere di persone che non avrebbe mai potuto incontrare. Del resto, prima di lui, Domenico Savio e Maria Goretti avevano già dimostrato che la santità non ha età. Una traiettoria che, raccontata così, sembra scritta apposta per l’agiografia. Ed è esattamente lì che si annida il rischio.

carlo acutis

Leggi anche:

Carlo Acutis: il beato dell’era digitale
Carlo Acutis, il santo millennial che ha dedicato la sua breve vita a Gesù e all’aiuto per i più poveri e bisognosi…

Il mio nome è Carlo, il film tv diretto da Giacomo Campiotti, quel rischio lo conosce e prova ad aggirarlo. L’etichetta del “santo di Internet” resta sullo sfondo, citata più che sfruttata. In primo piano c’è un ragazzo che passa i pomeriggi al computer, gioca a pallone, prende in giro gli amici e si lascia prendere in giro a sua volta. Quando incontra qualcuno in difficoltà, però, non riesce a far finta di niente. Anche il titolo, a pensarci, fa la stessa scelta: nessun aggettivo e nessuna aureola, soltanto un nome proprio, da pronunciare come si farebbe con un compagno di banco.
Il racconto alterna presente e memoria, dall’infanzia fino ai giorni in ospedale, senza pretese da documentario. Anzi, lo dichiara apertamente: è un’opera di finzione, ispirata liberamente e solo in parte alla vita di Carlo, con episodi reali rimaneggiati ogni volta che la sceneggiatura lo chiedeva. Un’onestà non così scontata, per un biopic.

canonizzazioni papa leone xiv acutis frassati

Leggi anche:

Acutis e Frassati: le prime canonizzazioni di Papa Leone XIV
Papa Leone XIV ha scelto i suoi primi Santi. Sono Carlo Acutis e Piergiorgio Frassati…

Il mio nome è Carlo: il nuovo film sulla vita di Carlo Acutis

Le informazioni di servizio, prima di tutto. Il mio nome è Carlo è prodotto da Movie Magic International insieme a RTI ed è andato in onda in prima visione su Canale 5 il 27 settembre 2026: vent’anni dopo la morte di Carlo e poco più di uno dopo la canonizzazione. Difficile pensare che la data sia stata scelta a caso. Chi se l’è perso può recuperarlo in streaming su Mediaset Infinity.
Campiotti divide la vita di Carlo in stagioni. Prima c’è il bambino, poi il ragazzino di undici anni e infine l’adolescente al primo anno di liceo. Il salto da una fase all’altra serve a qualcosa di più che segnare il passare del tempo. Lascia vedere come certe inclinazioni nate presto si facciano via via più consapevoli, fino a diventare scelte: la fede prima di tutto, ma anche una curiosità che non sta mai ferma. Il punto di partenza, insomma, è la cucina di casa, non l’altare.
Il Carlo adolescente tocca a Samuele Carrino, già protagonista del Ragazzo dai pantaloni rosa. Le età precedenti sono affidate a Nicolò Caruz Jaramillo ed Edoardo Vitalone. Nel resto del cast ci sono Lucia Mascino nel ruolo della madre, Antonia, Flavio Parenti in quello del padre, Andrea, e poi Brayan Palliyagoda, Maurizio Donadoni e Nicky Passarella.

La scelta più interessante di Campiotti riguarda la distanza da cui guarda il suo protagonista. La devozione osservata da lontano, a occhi bassi, qui non trova posto. La macchina da presa preferisce entrare in un appartamento milanese e sedersi in classe accanto a Carlo. La fede c’è, ed è il cuore del racconto, ma non viene appiccicata su ogni inquadratura come un cartellino. Divide lo spazio con le partite a calcio e con le ore passate davanti al computer, perché questo ragazzo non ha bisogno di rinunciare al mondo per vivere la propria spiritualità. Raccontare un santo senza che l’aureola si mangi il quindicenne è un esercizio di equilibrio. Non sempre riesce, ma il film ci prova con una certa ostinazione.

Di cosa parla Il mio nome è Carlo: trama e personaggi

La trama di Il mio nome è Carlo accompagna il protagonista dall’infanzia fino agli ultimi giorni. Il Carlo bambino trova nella fede qualcosa di molto semplice e insieme piuttosto raro: una gioia che non ha bisogno di motivi, una specie di bussola. Crescendo se la porta dietro, dentro le giornate di scuola e i pomeriggi in parrocchia, senza che le due cose facciano mai attrito. Poi c’è l’altra metà del racconto, quella che l’agiografia rischierebbe di lucidare fino a renderla irriconoscibile: il suo modo di occuparsi dei senzatetto e di chi resta ai margini. Carlo non li cerca per senso del dovere. Sono loro, semmai, a non riuscire a passargli inosservati.

oratorio san filippo neri

Leggi anche:

San Filippo Neri e la nascita dell’Oratorio
San Filippo Neri servì Dio e gli uomini con devozione, gioia e un calore straordinario…

Tra i personaggi, uno pesa più degli altri. È Rajesh (Brayan Palliyagoda), un giovane arrivato dall’isola di Mauritius e accolto in casa Acutis. Con lui la gentilezza smette di essere un concetto e diventa una faccenda pratica, fatta di fiducia concessa e di un posto in più a tavola. Anche i compagni di scuola e gli adulti vengono toccati, ciascuno a modo suo, e il film tiene lo sguardo proprio lì, sul riverbero. Più che Carlo in sé, gli interessa quello che Carlo provoca negli altri.

E poi c’è il computer. Che Carlo ci passasse i pomeriggi l’abbiamo già detto. Il film però si ferma su una sfumatura più interessante: per lui la rete poteva essere uno strumento da usare con intenzione, per comunicare e costruire legami ben oltre il perimetro del quartiere. Nella vita reale, questa intuizione ha preso la forma della mostra sui miracoli eucaristici, che ancora oggi gira il mondo. Il collegamento con il presente viene da sé, e bisogna dare atto a Campiotti di non aver preso la scorciatoia del “santo digitale”, formula buona per un titolo di giornale e poco altro. Che Carlo usasse il computer, in fondo, conta relativamente. Conta l’uso che ne faceva: mettere quello che sapeva al servizio di qualcosa che riteneva buono.

Nell’ultima parte arriva la malattia. Una leucemia fulminante, a quindici anni, e il film cambia passo di colpo. Tutto quello che fino a quel momento era crescita e progetti si stringe dentro una stanza d’ospedale, tra le conversazioni con i genitori e l’attesa. Carlo affronta la fine con una serenità che spiazza chi gli sta intorno. Il lutto, però, resta un lutto, e il film ha il buon senso di non addolcirlo.

Il peso emotivo di questa parte lo regge soprattutto Antonia, la madre. Più che assistere il figlio, gli sta accanto e intanto si accorge di aver cominciato a guardare le cose in un altro modo. Andrea, il padre, chiude il cerchio della famiglia. È grazie a loro due se il dolore arriva allo spettatore senza scivolare nel melodramma di maniera, che in un film tv su un ragazzo morto a quindici anni sarebbe stata la strada più comoda.

Recensione di Il mio nome è Carlo: il santo raccontato prima di tutto come ragazzo

Quattro milioni e 269mila spettatori, quasi il 30% di share: domenica sera Canale 5 ha triplicato gli ascolti di Rai1 con un film su un santo di quindici anni, cosa che non capita tutte le settimane. I numeri, però, non dicono come il film se la cavi con il suo problema principale, cioè impedire che Carlo si irrigidisca in un’icona. Una figura religiosa arriva sullo schermo già carica di simboli. Un adolescente, invece, cambia umore tre volte nel corso di una cena. Campiotti deve far stare insieme le due cose.
Ci riesce meglio quando guarda il ragazzo e lascia il santo sullo sfondo. Il suo Carlo ha passioni da quindicenne qualunque, più un’attenzione per gli altri che non ha niente dell’impresa. È un’abitudine fatta di gesti minuscoli, come accorgersi di chi resta fuori dal gruppo o mettersi in mezzo quando qualcuno viene preso di mira. Semplice da dire. Il film ha il merito di non farla sembrare facile, e di suggerire che la santità, almeno la sua, abiti le stesse stanze di tutti, solo con un’altra andatura.

Samuele Carrino ha sedici anni, più o meno l’età che aveva Carlo quando è morto. A FqMagazine ha raccontato la paura di deludere chi Carlo l’aveva conosciuto davvero. Per prepararsi ha guardato i video che il ragazzo girava con la sua videocamera, e uno in particolare lo ha colpito anche sul set: quello in cui Carlo, scherzando sul proprio peso, dice di essere destinato a morire. Le scene d’ospedale sono state girate in un vero reparto di terapia intensiva, dove Carrino ricorda “un rispetto, una quiete e un silenzio assurdi”. Si sente. Il finale fa male senza bisogno di alzare la voce.
L’Antonia di Lucia Mascino lavora per sottrazione, tra gesti trattenuti e sguardi che durano un attimo più del necessario. Porta con sé la domanda che nessun film può chiudere, cioè come si continua quando una vita tanto amata si ferma a quindici anni. Campiotti non prova a rispondere, e fa bene. Lascia intravedere soltanto che la memoria, quando la si porta in tanti, pesa un po’ meno.
La regia va sul sicuro, con un linguaggio accessibile ed emozioni dichiarate. È un film da domenica sera in famiglia, e gli ascolti dicono che la scommessa ha pagato. Il rovescio della medaglia è che a volte spiega quello che un’immagine avrebbe suggerito da sola, e certi passaggi scorrono lineari. Altri, al contrario, devono la loro forza proprio a quella semplicità. Di ricerca formale non c’è traccia, e non era questo l’obiettivo: Carlo doveva sembrare uno da incrociare all’uscita di scuola.
Chiedersi se il film eviti i cliché del biopic televisivo serve a poco, perché non li evita. Conta di più capire se, almeno a tratti, sullo schermo compaia un ragazzo invece di un santino. Succede spesso, soprattutto quando la macchina da presa resta nelle sue giornate e osserva l’effetto dei suoi gesti sugli altri. Si esce commossi, e non solo per il finale che tutti conoscevamo già. Commuove vedere quanto poco basti: non ridere di chi è fragile, per esempio. È la cosa più consolante del film, e anche la più scomoda, perché toglie a chiunque la scusa di non averne avuto l’occasione.

Heaven Can’t Wait: il precedente film dedicato a Carlo Acutis

Prima di Campiotti, sulla vita di Carlo si era già esercitato il cinema documentario. Nel 2023 è uscito Heaven Can’t Wait, diretto dallo spagnolo José María Zavala e noto anche con il titolo originale El cielo no puede esper@r. La chiocciola al posto della “a” strizza l’occhio, e nemmeno troppo di nascosto, al ragazzo che passava le giornate al computer. In circa 78 minuti, Zavala alterna le testimonianze di chi attribuisce a Carlo una svolta nella propria vita a qualche ricostruzione biografica, affidata in parte a scene di finzione.
L’angolo, però, è un altro. Zavala guarda a Carlo soprattutto attraverso gli occhi di chi prega, o di chi ha ricominciato a farlo grazie a lui. Ai racconti personali, alcuni di persone che fino a poco prima con la fede avevano poco a che spartire, si mescolano le immagini che accompagnano lo spettatore dentro la memoria del ragazzo e dentro l’eredità spirituale che si è lasciato dietro. Più che la vita di Carlo, il documentario racconta la sua sopravvivenza negli altri.

Mettere i due titoli uno accanto all’altro serve a capire cosa ciascuno cerca. Heaven Can’t Wait raccoglie voci e mostra una storia che continua a muoversi nelle esperienze di chi la incontra, anni dopo. Il mio nome è Carlo rinuncia alle testimonianze e si affida agli attori, alla casa, ai rapporti tra le persone. Tra i due non c’è una gerarchia, e nemmeno uno che possa fare le veci dell’altro. Uno parte da ciò che Carlo ha lasciato, l’altro prova a ricostruire ciò che Carlo era, con tutti i limiti di una ricostruzione.

Carlo Acutis. Il giovane santo: il nuovo documentario in arrivo al cinema

Chi volesse vedere Carlo com’era davvero, senza attori di mezzo, dovrà aspettare poco. Dal 15 al 21 ottobre 2026 arriva nelle sale italiane Carlo Acutis. Il giovane santo, documentario di Luca Salmaso prodotto da Officina della Comunicazione, Nexo Studios e Our Films. Al progetto hanno partecipato i genitori di Carlo, e c’è anche il patrocinio dell’Associazione Amici di Carlo Acutis: difficile immaginare un avallo più diretto.
Qui la materia prima arriva dagli archivi, con fotografie e video di famiglia a cui si aggiunge una serie di testimonianze. Il risultato sono 84 minuti in cui le serate in casa e le partite ai videogiochi stanno accanto al percorso religioso che ha reso Carlo noto in mezzo mondo, senza che l’uno debba fare ombra all’altro.

Tre titoli, dunque, da non confondere. Il film di Campiotti è finzione, e lo dice. Heaven Can’t Wait, uscito nel 2023, vive soprattutto di testimonianze. Il documentario di Salmaso parte invece da quello che la famiglia ha conservato.

Il mio nome è Carlo entra dalla porta di servizio, quella della quotidianità. Al suo protagonista non chiede di essere ammirato da lontano, come si ammira una vetrata. Gli chiede di farsi guardare da vicino. “Tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie”, diceva Carlo. È una frase che si presta fin troppo bene alle magliette e ai post motivazionali, eppure sta sotto ogni scena di questo film. Se lo ricordiamo, non è soltanto perché è morto giovane. Semmai è perché in quindici anni non ha barattato la parte migliore di sé per somigliare agli altri, e non è detto che la cosa gli sia costata poco. Il film suggerisce che fare del bene possa cominciare da un gesto minimo: fermarsi abbastanza a lungo da accorgersi di chi abbiamo accanto. Lo suggerisce, appunto. Poi scorrono i titoli di coda, e fermarsi resta affar nostro.