Hallelujah di Cohen si può cantare in Chiesa?

Hallelujah di Cohen si può cantare in Chiesa?

Hallelujah di Cohen si può cantare in chiesa? Tra fede, dubbio e desiderio, un salmo laico che continua a commuovere generazioni intere

C’è una domanda che a chiunque è capitato di farsi, ogni volta che si sentono i primi accordi salire lenti, alla radio, o su Youtube: l’Hallelujah di Cohen si può cantare in chiesa? La risposta breve: sì, a certe condizioni. Ma le risposte brevi, si sa, sono spesso il modo più elegante di rimandare la domanda vera. Perché Hallelujah non nasce come inno liturgico, non è stata scritta per stare comoda dentro un messale, eppure qualcosa in essa continua a bussare alla porta del sacro, con l’insistenza discreta di chi non chiede il permesso, ma nemmeno se ne va.
Leonard Cohen la scrisse come si scrive una preghiera lacerata, non quella che si recita in piedi, sicura di sé, ma quella che si mormora inginocchiati, senza sapere bene a chi ci si stia rivolgendo. Dentro c’è la Bibbia, certo, ma anche l’eros, la caduta, il desiderio che non si arrende neppure quando ha già perso. Per questo molte comunità la percepiscono adatta a momenti di meditazione, a concerti spirituali, a veglie, non alla liturgia più regolata, ma a tutto ciò che sta appena accanto, in quello spazio sacro che la liturgia non esaurisce.

Che cosa intendeva davvero Cohen con quella parola

Hallelujah, Leonard Cohen: un titolo e un nome che ormai vivono insieme, quasi fossero un concetto unico, un marchio di fabbrica del Novecento che ha imparato a dubitare in musica. Cohen stesso, in alcune interviste, spiegò che il termine ha una risonanza vastissima, può essere cantato davanti alle catastrofi del mondo, disse, come gesto di affermazione della vita, non come formula confessionale da recitare a memoria. Non è un atto di fede tranquilla, è piuttosto un modo di restare in piedi mentre tutto crolla, e di chiamare comunque quel restare in piedi con un nome che assomiglia alla lode.
Qual è il significato della canzone Hallelujah di Leonard Cohen, dunque? Chi cerca una risposta unica resterà deluso, perché il brano si rifiuta, con una certa cocciutaggine, di lasciarsi chiudere in una sola interpretazione. Il suo centro, se un centro esiste in un testo che sposta continuamente il proprio baricentro, è il conflitto tra fede e fallimento, tra il bisogno di dire lode a Dio e la consapevolezza amara che la vita umana è quasi sempre spezzata, rappezzata, tenuta insieme con quel poco di filo che resta. Cohen intreccia riferimenti biblici e immagini amorose in una specie di salmo moderno, ma privo della serenità levigata dei salmi classici: qui la pace, quando arriva, arriva sporca, arriva dopo.

Il lato della fede, in Hallelujah, emerge già dai nomi che la canzone convoca: Davide, il peccato, il nome invocato invano, la presenza di un Dio che sta sopra di noi, ma non necessariamente sopra le nostre teste in senso rassicurante. Eppure il brano non si accontenta della religione come sistema di certezze: la attraversa, la mette alla prova, le incrina addosso qualche crepa che poi non si richiude più. Cohen parlava di un Hallelujah secolare, portato nel mondo ordinario: come se la lode potesse nascere non solo dall’altare, ma da una cucina lasciata in disordine, da una stanza svuotata all’improvviso, da una relazione che si è consumata fino all’osso, da un cuore che ha semplicemente resistito abbastanza a lungo da continuare a cantare, senza sapere bene perché.
Nel testo, i riferimenti biblici non sono decorazioni da manuale di catechismo: sono nervi scoperti. Davide, Betsabea, Sansone e Dalila non vengono citati per sfoggio di erudizione, ma perché raccontano, meglio di qualsiasi commento teologico, il rapporto tra potere, desiderio, caduta e perdita della forza, tanto spirituale quanto umana. La canzone suggerisce, quasi di sfuggita, che perfino l’alleluia può nascere dentro la colpa, dentro la passione, dentro l’ambiguità di ciò che allo stesso tempo salva e ferisce. Anche la musica diventa simbolo: il secret chord, l’accordo segreto, non è un dettaglio poetico buttato lì per suonare bene, è l’idea che esista un ordine nascosto, una grammatica invisibile della bellezza, capace di tenere insieme le fratture del vivere. Un’immagine potente per chi scrive, per chi prega, per chi semplicemente cerca un senso e non lo trova subito.

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Testo originale canzone Hallelujah

I’ve heard there was a secret chord
That David played and it pleased the Lord
But you don’t really care for music, do ya?
It goes like this, the fourth, the fifth
The minor fall, the major lift
The baffled king composing Hallelujah
Hallelujah
Hallelujah
Hallelujah
Hallelujah

Your faith was strong, but you needed proof
You saw her bathing on the roof
Her beauty and the moonlight overthrew her
She tied you to a kitchen chair
She broke your throne and cut your hair
And from your lips, she drew the Hallelujah
Hallelujah
Hallelujah
Hallelujah
Hallelujah

You say I took the name in vain
I don’t even know the name
But if I did, well really, what’s it to you?
There’s a blaze of light
In every word
It doesn’t matter which you heard
The holy or the broken Hallelujah
Hallelujah
Hallelujah
Hallelujah
Hallelujah

I did my best, it wasn’t much
I couldn’t feel, so I tried to touch
I’ve told the truth, I didn’t come to fool ya
And even though it all went wrong
I’ll stand before the Lord of Song
With nothing on my tongue but Hallelujah
Hallelujah
Hallelujah
Hallelujah
Hallelujah

La traduzione che cambia (quasi) tutto

Ho sentito di un accordo segreto
Suonato da David e gradito al Signore
Ma a te della musica non importa poi molto, vero? 
Beh, fa così:
Il quarto, il quinto
Il minore scende, il maggiore sale
Il re perplesso compone l’Alleluja.
Alleluja
Alleluja
Alleluja
Alleluja

La tua fede era salda, ma avevi bisogno di una prova
La vedesti fare il bagno dalla terrazza 
La sua bellezza e il chiaro di luna ti vinsero
Lei ti legò
Alla sedia della cucina
Ti spaccò il trono, ti rasò i capelli
E dalle labbra ti strappò l’Alleluja.
Alleluja
Alleluja
Alleluja
Alleluja

Dici che ho pronunciato il Nome invano
Ma se non lo conosco nemmeno il Nome
Ma anche se fosse, a te poi cosa importa? 
C’è un’esplosione di luce
In ogni parola
E non importa se tu abbia sentito
La sacra o la disperata Alleluja 
Alleluja
Alleluja
Alleluja
Alleluja

Ho fatto del mio meglio, non era granché
Non provavo nulla, così ho provato a toccare.
Ho detto il vero, non sono venuto per prenderti in giro.
E anche se
è andato tutto storto
Mi ergerò davanti al Dio della Canzone
E dalle mie labbra altro non uscirà che Alleluja.
Alleluja
Alleluja
Alleluja
Alleluja

Chi va a cercare la traduzione di Hallelujah di Leonard Cohen scopre presto una cosa scomoda: tradurre questo testo significa scegliere, ogni volta, tra la fedeltà letterale e la fedeltà emotiva, e le due cose raramente coincidono. “I’ve heard there was a secret chord” diventa, nelle versioni italiane più diffuse, qualcosa come “ho sentito che c’era un accordo segreto”, ma il condizionale inglese, quel there was così dimesso, porta con sé un’incertezza che l’italiano fatica a restituire senza appesantirla. Lo stesso vale per i passaggi più esplicitamente erotici e biblici: “she tied you to a kitchen chair” perde, in traduzione, l’asprezza domestica dell’immagine, quella sedia da cucina che trasforma Dalila in una presenza quotidiana, non in un’icona lontana. Ogni traduzione, insomma, è già un’interpretazione teologica travestita da esercizio linguistico, ed è forse per questo che tante cover italiane suonano più rassicuranti dell’originale: addomesticano ciò che Cohen aveva lasciato scabro apposta.
C’è poi un dettaglio che le traduzioni tendono a smussare quasi per pudore: il quarto verso della prima strofa, quello in cui si dice che a Dio, in fondo, la musica non interessa granché: “you don’t really care for music, do you”. Non è un’irriverenza gratuita, è quasi una battuta amara, di quelle che si dicono sottovoce durante un funerale, perché altrimenti si piangerebbe soltanto. Molte versioni italiane la ammorbidiscono, la trasformano in qualcosa di più devoto, e così facendo perdono l’ironia sottile che tiene insieme l’intero pezzo: quella di un uomo che canta lodi a un Dio del quale non è affatto sicuro, e che forse, mentre canta, si sta un po’ prendendo gioco di se stesso, non di Dio, di se stesso, del proprio bisogno di credere comunque.

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Hallelujah si può cantare in chiesa?

Per capire se Hallelujah possa stare in chiesa bisogna distinguere, con una certa pazienza, perché la distinzione non è ovvia, tra liturgia e spazio sacro. Sono due cose che si assomigliano, ma non coincidono, un po’ come una casa e la strada che ci porta fino alla porta di casa.
Liturgia e spazio sacro non sono la stessa cosa.
In una liturgia cattolica o protestante, specie se molto regolata da rubriche e prassi consolidate, la canzone può risultare problematica: non è nata come testo di culto, contiene immagini che parlano apertamente di eros, di conflitto, di ambivalenza morale, e un parroco prudente farà bene a chiedersi se quel testo regga il peso di un’Eucaristia. In un contesto diverso, un concerto spirituale, una veglia, una meditazione, una commemorazione, un incontro culturale ospitato semplicemente dentro le mura di una chiesa, la forza emotiva e teologica del brano può invece essere accolta pienamente, senza dover forzare nulla. Questo spiega perché tante persone la sentano come una canzone religiosa, pur non essendo affatto un inno confessionale: Cohen non offre una fede limpida e pacificata, offre una fede che trema, una lode che si spezza a metà frase, una preghiera che passa attraverso la carne prima che attraverso il cielo. Ed è proprio questa imperfezione, paradossalmente, a renderla per alcuni adatta persino alla chiesa: perché la chiesa, nella sua verità più onesta, è anche il luogo dove l’uomo porta il proprio limite davanti a Dio, senza doverlo prima lucidare.

Chi organizza celebrazioni, parroci, animatori liturgici, cori, spesso arriva alla stessa conclusione pratica, anche senza aver mai discusso di teologia della musica: dipende dal momento della messa in cui la si vorrebbe collocare. All’offertorio, dove il gesto chiede raccoglimento più che dichiarazione, alcuni la trovano accettabile; alla comunione, dove la Chiesa custodisce con più rigore la coerenza del testo cantato, la maggior parte preferisce evitarla. Fuori dalla messa vera e propria, un’adorazione serale, una veglia di preghiera pensata apposta per accogliere linguaggi non canonici, la questione quasi scompare, perché lo spazio stesso è stato pensato per ospitare anche ciò che non è liturgia in senso tecnico.

Hallelujah al matrimonio: una domanda diversa, con la stessa radice

C’è poi un’altra occasione in cui questa canzone bussa insistentemente: il matrimonio. Molte coppie la scelgono per l’ingresso in chiesa o per l’uscita degli sposi, attratte dalla sua bellezza melodica e da quel titolo che suona come una benedizione. Ma qui vale la stessa cautela di prima, forse raddoppiata: il testo di Hallelujah non parla d’amore riuscito, parla d’amore che fallisce, che tradisce, che si consuma e lascia dietro di sé più domande che certezze. Non è un canto di promesse mantenute, è un canto di promesse che si infrangono e che, nonostante tutto, continuano a cercare una parola di lode. Alcuni celebranti la accolgono volentieri proprio per questa onestà, perché un matrimonio, quello vero, non quello da cartolina, è anche fatto di cadute e di rialzate, altri preferiscono riservarla al momento del ricevimento, fuori dal rito, dove il suo lato più carnale può respirare senza dover rispondere a un sacramento. Non esiste una regola unica: esiste il buon senso di chi organizza la cerimonia, e la sincerità di chi sceglie la canzone sapendo bene che cosa sta scegliendo.

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Perché questa canzone continua a commuoverci

La canzone continua a commuovere perché non finge. Non promette risposte facili, non abbellisce la ferita con un cerotto poetico, non cancella la solitudine con un ritornello consolatorio. Dice, piuttosto, che perfino un alleluia rotto ha valore, se nasce da un cuore che ha amato, ha sbagliato, ha cercato, e nonostante tutto è rimasto in piedi. È per questo che tanti ascoltatori la sentono come una confessione universale, molto più che come una semplice canzone d’amore da matrimonio o da film.
Leonard Cohen aveva una capacità rara di fondere sacro e umano senza ridurre l’uno all’altro, senza far vincere né il primo né il secondo. In Hallelujah la fede non è mai propaganda e l’amore non è mai fiaba: entrambi sono luoghi in cui l’uomo scopre la propria vulnerabilità, e proprio lì, non altrove, non in un momento più comodo, la possibilità di una lode. Per questo che il brano attraversa i decenni senza consumarsi, senza diventare un pezzo da museo: perché parla a chiunque abbia conosciuto il momento in cui non resta molto da fare, se non continuare a cantare, anche stonati, anche senza convinzione piena.

Se si vuole davvero usare Hallelujah in chiesa, la domanda giusta non è soltanto “è permesso?”, ma qualcosa di più scomodo: che cosa vogliamo far risuonare, in quel momento, dentro quelle mura? Se l’obiettivo è una lode liturgica tradizionale, il brano può risultare troppo ambiguo, troppo terreno, troppo carico di eros e di dubbio per stare comodo tra un’orazione e l’altra. Se invece si cerca un momento di contemplazione sulla fragilità umana, sulla grazia che abita anche il fallimento, sulla possibilità di dire grazie proprio mentre tutto vacilla, allora la canzone di Cohen può diventare un ponte raro tra arte e preghiera, uno di quei ponti che non tutti sanno che esistono, finché non ci si trovano sopra.
Il suo significato è proprio questo: non l’idea di una fede senza crepe, ma quella di una fede che attraversa le crepe senza smettere di cercare luce, anche quando la luce tarda, anche quando sembra che non arrivi affatto.