La Via degli Abati: informazioni, storia, curiosità su un itinerario di fede e natura tra boschi, vallate e borghi incantevoli
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La Via degli Abati è uno di quei percorsi che, appena ci metti piede, ti fanno capire quanto sia vecchia la storia che hai intorno. Non occorre lavorare troppo di immaginazione: la stessa strada che oggi attraversa i monti era già usata più di mille anni fa dagli abati benedettini per spostarsi da Bobbio verso Roma. Oggi quello stesso itinerario viene percorso da escursionisti, ma il tracciato conserva ancora l’impronta del passato. Il cammino passa attraverso piccoli borghi medievali, castelli che compaiono all’improvviso lungo le vallate e tratti di bosco dove il silenzio diventa suono a seconda dell’ora del giorno. È un percorso che rallenta automaticamente chi lo segue: non per qualche retorica sul “ritrovare sé stessi”, ma perché il terreno, le salite e le discese, e il paesaggio stesso ti obbligano ad adeguare il proprio ritmo a seconda delle asperità del terreno.
Le origini della Via degli Abati risalgono all’alto Medioevo. I monaci dell’Abbazia di San Colombano a Bobbio utilizzavano questa strada per raggiungere Roma in un periodo in cui la Via Francigena di Monte Bardone era controllata dai Bizantini. Questa via alternativa collegava la Lombardia alla Toscana e rimase per secoli una sorta di corridoio meno noto, ma fondamentale per gli spostamenti tra nord e centro Italia.

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Dove si trova la Via degli Abati
Il sentiero degli Abati attraversa tre regioni: Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana. L’antico tracciato unisce Pavia a Pontremoli, dove confluisce nella Via Francigena di Sigerico. È un percorso che cambia spesso volto, quasi stesse raccontando capitoli diversi della stessa storia. Si parte dalla pianura, si attraversa il Po’ al Ponte della Becca e ci si ritrova subito tra le colline dell’Oltrepò Pavese, dove i vigneti seguono i pendii come onde ferme. Poi l’aspetto del paesaggio muta: l’aria diventa più fresca, le salite più decise, e il cammino entra nel cuore dell’Appennino.
La Via passa nella Val Trebbia, che molti considerano una delle valli più belle d’Italia, e prosegue nell’alta Val Nure, dove i boschi sembrano custodire un silenzio antico. Scende nella Valle del Ceno, sorvegliata dal castello di Bardi, e poi nella Val di Taro, che accompagna gli ultimi chilometri prima della Toscana. Ogni valle ha un carattere suo, riconoscibile negli odori della stagione, nei colori dei prati, nel modo in cui la luce cade sui versanti. In primavera il paesaggio è una tavolozza di fiori selvatici; in autunno prevalgono i toni caldi, quasi metallici.
Lungo il percorso si trovano luoghi che vale la pena fermarsi a guardare. Bobbio, con l’Abbazia di San Colombano e il ponte gobbo sul Trebbia, è una tappa che lascia sempre qualcosa addosso. Bardi, con il suo castello arroccato, sembra uscito da una pagina di romanzo. E Borgo Val di Taro offre una pausa quieta prima dell’ultimo tratto verso Pontremoli.

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In quanti giorni si percorre la Via degli Abati
La domanda ricorre spesso: quanto è lunga la Via degli Abati? L’intero tracciato, da Pavia a Pontremoli, copre circa 190 chilometri. A leggerlo così sembra un numero impegnativo, ma distribuito sulle giornate giuste diventa un percorso affrontabile anche da chi ha un allenamento medio.
In genere si considera un cammino da otto giorni. È la suddivisione più comune e consente di seguire il ritmo del corpo senza trasformare il viaggio in una prova di resistenza. Alcune tappe superano i trenta chilometri, altre sono più brevi e permettono di recuperare.
È bene ricordare che questa suddivisione è solo un riferimento. I più allenati chiudono l’intero itinerario anche in sei giorni, mentre chi preferisce un passo più tranquillo si prende dieci o dodici giorni, spezzando le tappe più lunghe e dedicando più tempo ai borghi, ai castelli e alle piccole deviazioni che rendono il cammino unico.
Le tappe della via degli abati
Ogni tappa della Via degli Abati ha un carattere suo, e il percorso si apre come un libro letto senza fretta: un capitolo alla volta, senza sapere esattamente cosa troverai al successivo. Conoscere le tappe in anticipo aiuta a organizzarsi, certo, ma la verità è che l’esperienza cambia molto a seconda del meteo, delle gambe e anche dell’umore del giorno.

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La prima giornata, da Pavia a Colombarone, è una sorta di “entrata in scena”: ventisei chilometri quasi tutti pianeggianti, utili per prendere confidenza con lo zaino e trovare un’andatura stabile. Il percorso costeggia il Ticino dentro il parco naturale. È un tratto tranquillo, quasi sorprendente per quanto verde sia a pochi chilometri dalla città. Dopo il Po’ si entra nell’Oltrepò Pavese: colline larghe, vigneti ordinati, la sensazione di essere entrati in un paesaggio più raccolto. Colombarone è un borgo minuscolo, silenzioso, ideale per la prima notte quando sei ancora in fase di “calibrazione”.
La seconda tappa, da Colombarone a Pometo, scende a diciassette chilometri, ma introduce i primi saliscendi, giusto per ricordare che la pianura sta finendo. Non è nulla di estremo, ma basta per far capire che la pianura è finita. Si attraversano paesi molto piccoli, campanili isolati, piazze dove al pomeriggio trovi sempre qualcuno seduto a chiacchierare. È un tratto che ha un ritmo tutto suo.
La terza tappa, Pometo/Bobbio, è una delle più belle e anche una delle più intense. Sono quasi ventinove chilometri con un dislivello che sfiora i mille metri. Bobbio è un passaggio obbligato. L’Abbazia di San Colombano ha un’atmosfera particolare, un po’ austera. Il ponte gobbo, invece, ha un’energia più vivace: irregolare, storto, quasi capriccioso. Vale la pena fermarsi un po’ di più rispetto al programma “di base”.
Le tappe che seguono — quelle che portano verso Nicelli, Groppallo e poi Bardi — iniziano a far capire cosa significa attraversare l’Appennino a piedi. Non è tanto la pendenza, quanto la continuità delle salite, il silenzio dei boschi, certe zone dove non incontri anima viva per ore. È una fatica buona, perché il paesaggio cambia in continuazione. La tappa fino a Nicelli supera i millecentosettanta metri di salita, passando per la Sella dei Generali, spartiacque tra la Val Trebbia e la Val Nure. Poi si prosegue tra Nicelli, Groppallo e Bardi: una sequenza di crinali, faggete e piccoli abitati che sembrano rimasti fuori dal tempo.

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Il guado del Nure a Crocelobbia è uno di quei punti che fanno capire quanto il cammino non sia mai uguale a se stesso: in estate è poco più di una passeggiata nell’acqua, in primavera può obbligare a una deviazione lunga fino al ponte di Farini. Sono dettagli che non trovi nei depliant, ma fanno parte del gioco.
A Groppallo e Bardi si recuperano le energie. Il castello di Bardi svetta davvero sopra tutto: non è solo pittoresco, è imponente. Le leggende sul fantasma di Moroello circolano da anni e, in un certo senso, ci stanno bene in un edificio del genere.
La settima giornata, da Bardi a Borgo Val di Taro, è la più impegnativa: trentatré chilometri e milleduecento metri di dislivello positivo. È lunga, tosta, ma è anche una di quelle tappe che ripagano chilometro dopo chilometro. Il monastero di Gravago, le chiesette isolate, i casolari che sembrano rimasti lì per raccontare una storia: è un tratto che alterna panorami larghi a passaggi più intimi.
L’ultima tappa, verso Pontremoli, attraversa il Passo del Borgallo, confine naturale tra Emilia-Romagna e Toscana, e poi scende tra cascate e radure fino a raggiungere la Lunigiana. Le cascate di Farfarà e il Lago Verde sono due punti che rompono la fatica dell’ultimo giorno. L’arrivo a Pontremoli ha un sapore strano: soddisfazione, certo, ma anche la consapevolezza che il cammino sta per chiudersi. Le terrazze coltivate, i casolari in pietra e quella luce toscana morbida accompagnano gli ultimi chilometri.
Affrontare la difficoltà del percorso
Parlare della difficoltà della Via degli Abati richiede un minimo di onestà: non è una passeggiata, ma non è nemmeno un percorso per supereroi. Serve un po’ di allenamento, soprattutto per le tappe centrali, dove i dislivelli si fanno sentire, ma chi è abituato a camminare in montagna la può affrontare senza drammi. Il fondo alterna asfalto, sterrato e sentieri. La prima parte, da Pavia a Bobbio, ha più tratti asfaltati; poi, man mano che si sale verso l’Appennino, dominano boschi, mulattiere e strade bianche.
Serve davvero poco per rovinarsi il cammino: un paio di scarpe nuove, mai testate prima. Qui valgono quelle già ammorbidite, che conoscono i tuoi piedi.
Si arriva al massimo intorno ai mille metri, niente che ricordi l’alta montagna, ma il meteo in Appennino sa cambiare umore in pochi minuti: pioggia improvvisa, vento, fresco anche in piena estate. Meglio portare uno strato in più e qualcosa di impermeabile.
La segnaletica, rinnovata di recente, è buona quasi ovunque. I segnavia bianco-rossi del CAI si alternano ai cartelli dedicati al percorso, ma qualche tratto più isolato richiede comunque un minimo di attenzione. Avere una traccia GPS sul telefono, l’app Cammini d’Italia funziona bene, toglie ogni ansia.
L’acqua si trova nei paesi e nelle frazioni, ma tra un centro abitato e l’altro possono passare anche ore. Portare almeno un litro e mezzo, soprattutto in estate, è prudente. Chi parte all’alba nei mesi caldi cammina con più fresco e arriva a destinazione senza doversi buttare sotto ogni fontana.
Gli alloggi non mancano: agriturismi, piccole locande, B&B, qualche ostello. Nei paesi più piccoli, però, le strutture sono poche, quindi conviene prenotare. Alcune offrono anche il trasporto bagagli, un servizio che in molti apprezzano quando le tappe iniziano a superare i trenta chilometri.
La credenziale della Via degli Abati si ritira facilmente a Pavia o Bobbio, o la si richiede direttamente all’associazione. I timbri lungo il percorso danno il loro piccolo piacere: una sorta di diario visivo del viaggio.

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Il periodo migliore
Il percorso è praticabile da aprile a ottobre.
Il cuore della primavera è forse il momento più suggestivo: fiori ovunque, boschi accesi di verde, aria fresca e giornate che si allungano. L’unico contro è qualche pioggia in più.
L’estate porta giornate lunghe e un meteo più stabile, ma le prime tappe in pianura e collina possono diventare calde. In luglio e agosto la partenza all’alba fa la differenza.
Settembre è il mese perfetto: clima stabile, temperature miti, boschi che iniziano a tingersi d’autunno e molta meno gente in giro. Anche le prime settimane di ottobre sono splendide: le faggete diventano dorate, il paesaggio cambia tono, tutto si fa più quieto. Bisogna solo fare i conti con giornate più corte e un po’ di fresco serale.
Perché scegliere questo cammino
Dopo chilometri, statistiche e dislivelli, resta la domanda più semplice: perché farlo?
Le motivazioni cambiano da persona a persona.
C’è chi cerca silenzio, chi vuole staccare dalla routine, chi vuole misurarsi con un cammino più serio, chi sceglie la storia e chi sceglie la natura. La Via degli Abati riesce a unire tutte queste cose senza forzarne nessuna.
Offre un ritmo diverso, più umano. La soddisfazione di arrivare in un borgo dopo ore di salita. L’accoglienza genuina delle persone che incontri. Piccoli legami che nascono tra camminatori che magari non si rivedranno mai più, ma che per un tratto condividono lo stesso sentiero.
Ogni sera, quando togli lo zaino, senti che il cammino ti ha regalato qualcosa: un panorama, un incontro, un pensiero che non sapevi di avere. Sono dettagli che non entrano nelle guide, ma restano incollati addosso.
La Via degli Abati non ha la fama della Francigena o del Cammino di Santiago. Ed è forse proprio questo il suo fascino: non attira folle, mantiene un’atmosfera intima, quasi appartata.
Ed è raro che, dopo averla percorsa, non venga voglia di tornarci prima o poi.

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