Dies Natalis: il giorno in cui la morte diventa nascita, e l’anima rinasce alla luce
Dies Natalis è un’espressione che racchiude il senso di molte nascite. Viene dal latino e significa “giorno di nascita”, una nascita che può essere identificata con quella fisica, di una vita che comincia, o con il passaggio dalla vita alla morte, quando un’anima muore alla carne e rinasce al cielo. Per i cristiani, indica proprio questo, il giorno in cui un santo lascia la terra per entrare nella pienezza di Dio. È il momento del “passaggio”, quando la morte si trasforma in rinascita alla vita eterna. La Chiesa identifica il giorno della morte dei santi come il loro trionfo, il loro ingresso in cielo. Per questo la memoria liturgica, che celebra quel passaggio, diventa il vero compleanno di ciascun santo.

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Ma questa parola, così intrisa di luce e di mistero, affonda le sue radici molto prima, nel mondo romano.
Il 25 dicembre gli antichi romani celebravano il Dies Natalis Solis Invicti, la nascita del Sole Invitto, divinità che simboleggiava la forza e la protezione dell’Impero. Il sole che ardeva nel cuore dell’inverno, quando le giornate iniziavano lentamente ad allungarsi e la luce a riconquistare il suo dominio, celebrava il trionfo della vita dopo le tenebre e il gelo. È facile comprendere come, col passare dei secoli, la figura di Cristo salvatore resuscitato dalla morte venne a sovrapporsi e sostituire il Sole Invitto che non conosce tramonto e il 25 dicembre è diventato il nostro Natale.
Il termine continua a vivere nel linguaggio e nella cultura popolare, dove viene usato per celebrare non solo nascite terrene, ma anche rinascite spirituali e ricorrenze commemorative. A Viterbo, ogni anno il 3 settembre, la grande Macchina di Santa Rosa attraversa le vie della città per commemorare la traslazione del corpo della giovane santa, morta a soli diciotto anni. Non è un caso che proprio il nome Dies Natalis sia stato scelto per la nuova Macchina di Santa Rosa, ideata nel 2024 da Raffaele Ascenzi, già facchino e profondo conoscitore della tradizione viterbese. Con questa opera, Ascenzi ha voluto ritrovare una scenografia intrisa di devozione e di memoria. Sulla guglia della nuova Macchina non svetta più la statua di Santa Rosa, ma una croce luminosa, simbolo di fede e rinascita, mentre la Santa è collocata più in basso, velata, quasi nascosta sotto quel segno di salvezza. È un gesto di profonda umiltà e insieme di significato teologico: la luce non viene più solo dalla figura della santa, ma dalla Croce che redime il mondo, la stessa croce alla quale ogni dies natalis allude come soglia tra vita e vita eterna.

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Questa visione cristiana del Dies Natalis come giorno della morte di un santo rappresenta un capovolgimento radicale: il dolore si trasforma in speranza, il lutto diventa promessa, e la separazione si fa attesa gioiosa. Attraverso i secoli, il Dies Natalis continua a ricordare ai cristiani che la morte non è la fine, che in ogni nascita, terrena o celeste, c’è sempre il riflesso di una luce più grande che ritorna. Che dove gli occhi del mondo vedono una fine, il cielo vede un inizio.
Un nome antico per una nascita nuova
Per comprendere fino in fondo la bellezza di questa parola, occorre tornare alle sue radici.
Come abbiamo detto, in latino, dies natalis significa letteralmente “giorno della nascita”: dies, il giorno; natalis, da nasci, nascere. Nell’antica Roma era il giorno in cui si celebrava il compleanno, non solo l’ingresso nella vita terrena di un uomo, ma anche la fondazione di una città, l’inaugurazione di un tempio, la consacrazione di un imperatore. In generale era un giorno in cui si ricordava un inizio, e come tale meritava di essere festeggiato.
Con i primi cristiani, questo linguaggio cambiò pelle, e il dies natalis divenne il giorno della vera nascita, quella che segue la morte terrena, il giorno del sangue e della gloria dei martiri. Da allora ogni commemorazione di un santo è un canto di nascita, non un requiem. Non si piange una perdita, ma si celebra un compimento. Il dies natalis incarna in modo molto significativo la visione cristiana dell’esistenza. Ogni santo ci ricorda che la vita è un pellegrinaggio, un’attesa piena di promesse, che ciascuno di noi non vive per morire, ma muore per rinascere. Questa prospettiva non sminuisce la vita presente, anzi: la illumina di eternità.

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Se ogni giorno ci avvicina al nostro vero compleanno, allora ogni gesto ha peso, ogni parola è seme, ogni amore è un frammento di cielo.
I santi non disprezzavano la terra: la amavano con una passione così pura da desiderarne il compimento. Il dies natalis è un invito a vivere senza paura, con la leggerezza di chi sa che la morte non è un abisso ma un grembo pronto ad accoglierci.
Dies Natalis Solis Invicti: il Sole che non tramonta
Ma come scritto in apertura il termine dies natalis ci conduce anche in un’altra direzione, antica e ardente: quella del Sole Invincibile, il Dies Natalis Solis Invicti, celebrato a Roma il 25 dicembre, la festa della rinascita del sole, il momento che segnava la vittoria della vita sulla morte, del cosmo sul caos.
Il cristianesimo non cancellò quella festa: la trasfigurò. Il Sole invincibile divenne Cristo, il vero Sol Iustitiae, il Sole di giustizia che illumina ogni uomo. Il 25 dicembre, giorno in cui la luce vince le tenebre, divenne così il giorno della Nascita del Verbo fatto carne. Il sole materiale sorge e tramonta; Cristo, invece, è la luce che non conosce tramonto. È la luce che libera chi vive nell’ombra della paura, che riscalda chi è smarrito nel gelo del dolore, che guida i passi dell’uomo sulla via della pace. È lo splendore della misericordia divina che scende dal cielo per abbracciare la terra, e trasforma la morte in nascita, e il buio in aurora.

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“Ci visiterà un sole che sorge dall’alto, per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte.”
Così canta Zaccaria, padre di Giovanni Battista, nel momento in cui la sua voce, rimasta muta per l’incredulità, si apre finalmente alla lode. È un canto profetico, nato dalla gratitudine e dall’illuminazione dello Spirito Santo, che ci fa comprendere molto chiaramente il passaggio dal Sole Invincibile pagano a Gesù. Dopo aver atteso in silenzio, Zaccaria contempla il compimento della promessa e annuncia l’avvento del Messia come un sole che sorge, un astro di misericordia che squarcia le ombre del mondo. Questi versetti, contenuti nel Vangelo secondo Luca (Lc 1,67-79), li ritroviamo ogni giorno nel Benedictus che risuona nelle Lodi Mattutine, la preghiera che la Chiesa innalza nelle prime ore del giorno, quando il cielo si tinge d’oro e l’alba comincia a vincere la notte. Si tratta da sempre di una delle ore canoniche della Liturgia delle Ore. Recitare le Lodi significa consacrare il mattino a Dio, offrire i primi pensieri del giorno al Signore, nel momento in cui la terra si ridesta, e con essa anche l’anima del credente si apre alla luce. È una preghiera di lode e di speranza, un canto che prepara l’anima a vivere la giornata come un piccolo dies natalis, una rinascita alla luce dell’Amore eterno.

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