La Festa dei Ceri di Gubbio: storia, rito e identità di una corsa che non smette di emozionare
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Quando il sole del 15 maggio comincia a scaldare le pietre medievali di Gubbio, accade qualcosa difficile da raccontare, perfino dopo secoli. O forse è proprio il suo rinnovarsi ogni anno, dall’inizio del XII secolo, a renderla così inesplicabile. La città smette di respirare con il ritmo ordinario dei giorni e inizia a pulsare secondo un battito più antico, un cuore che da quasi novecento anni non ha mai smesso di battere. La Festa dei Ceri di Gubbio non è uno spettacolo pensato per chi guarda da fuori, né folklore addomesticato per le fotografie, per compiacere le maestranze o divertire i turisti. È sangue, è terra, è cielo. È un giuramento muto che ogni eugubino pronuncia molto prima di imparare a parlare.
I Ceri, tre imponenti strutture di legno, alte quasi cinque metri e pesanti circa tre quintali, sembrano sfidare le leggi della fisica quando vengono issati in verticale in Piazza Grande, sostenuti soltanto dalle spalle dei portatori, i ceraioli. Hanno un nome, quei ceri: Sant’Ubaldo, San Giorgio, Sant’Antonio. Tre nomi che qui non indicano soltanto dei santi, ma vere e proprie appartenenze. Non si scelgono, si ereditano, come le case, i cognomi, la terra. E con esse si eredita una responsabilità che non conosce rinunce. Il ceraiolo è il cuore umano della Festa: si diventa tali attraverso un lungo apprendistato, affiancati da chi ha già corso, in un passaggio di sapere che è quasi un rito iniziatico. L’appartenenza a un Cero non è mai casuale: oggi come ieri nasce da tradizioni familiari, relazioni, fedeltà silenziose, in una comunità dove centinaia di uomini si alternano nella corsa e l’organizzazione, tra disciplina, rivalità sotterranee e una devozione che non ammette improvvisazioni.

Assistere alla corsa dei Ceri significa entrare in un tempo che si ripiega su sé stesso e torna a infiammare le strade di Gubbio e i cuori dei suoi abitanti. Il Medioevo non resta nei libri: corre accanto a te, suda, urla, ride. Per un giorno la modernità si ferma e abbassa lo sguardo davanti a qualcosa di più profondo e più ostinato di qualsiasi idea di progresso. È questo il cuore dell’Umbria, custodito tra le mura di Gubbio come un segreto che non chiede di essere spiegato, ma rispettato.
Storia della festa dei ceri di Gubbio
La storia della Festa dei Ceri si muove sul confine sottile tra cronaca e leggenda, tra fede dichiarata e riti che affondano in un tempo ancora più remoto. Mentre imperi nascevano e cadevano, mentre confini e lingue cambiavano, questa corsa continuava, ostinata, identica a sé stessa.
La data che segna l’inizio ufficiale della tradizione è il 1160, anno della morte di Ubaldo Baldassini, vescovo amatissimo e difensore della città. Alla sua scomparsa, il 16 maggio, Gubbio si fermò e pianse compatta. Da quel lutto condiviso nacque prima una processione, poi l’antica offerta di cera che le corporazioni medievali eugubine donavano al patrono, ciascuna legata a un mestiere e a un Cero in particolare: muratori e scalpellini per Sant’Ubaldo, merciai per San Giorgio e asinari per Sant’Antonio. Infine si bandì una corsa: un gesto di devozione destinato a trasformarsi senza mai perdere il proprio significato.
Le grandi quantità di cera portate in dono col tempo divennero troppo pesanti, troppo concrete per restare simboliche. Verso la metà del Quattrocento la cera lasciò il posto al legno, più resistente, più adatto a sostenere una tradizione che cresceva insieme alla città.

Sotto questa origine cristiana scorre però un fiume più antico. C’è chi riconosce nei Ceri l’eco di riti pagani legati a Cerere, dea delle messi, celebrazioni primaverili connesse alla fertilità della terra e al ritorno della luce. Forse le due anime convivono da sempre: la natura e il sacro, il ciclo delle stagioni e la promessa di protezione. È probabilmente questa duplicità a rendere la Festa dei Ceri così resistente a ogni tentativo di semplificazione.
Alla fine del Cinquecento i Ceri assunsero la forma che conosciamo oggi: strutture slanciate, ottagonali, decorate con motivi classici e grottesche, sospese tra architettura e scultura. Da allora la Festa ha attraversato guerre, epidemie e rivoluzioni senza spezzarsi. Si fermò solo quando gli uomini non c’erano più, durante le due guerre mondiali. Ma nemmeno allora il legame si ruppe davvero. Nel 1917, sul Col di Lana, soldati eugubini improvvisarono Ceri di fortuna e corsero lo stesso, per ricordare chi erano. I Ceri attualmente in uso sono stati rifatti tra il 1883 e il 1893.
Il percorso della festa dei ceri
Il 15 maggio il percorso dei Ceri non è una strada, ma una prova verticale. Poco più di quattro chilometri che racchiudono un dislivello feroce, una sequenza di discese vertiginose, salite impossibili, curve strette dove il legno sfiora la pietra e l’equilibrio resta sempre sul filo.
La giornata comincia prima dell’alba, con il rullare dei tamburi e il Campanone del Palazzo dei Consoli che scuote la città dal sonno. I riti si susseguono con lentezza carica di tensione: la messa dei ceraioli, il corteo dei santi, l’attesa.
Alle 11.30 arriva l’alzata. I Ceri vengono issati verticali davanti a una folla che trattiene il respiro. L’acqua versata alla base rinsalda la presa, le brocche di ceramica volano e si spezzano, trasformandosi in frammenti contesi come amuleti.
Seguono le ore della Mostra, in cui i Ceri attraversano la città visitando case, anziani, luoghi della memoria. È una danza lenta, fatta di inchini e giratelle, prima della corsa vera.
Alle 18, dopo la benedizione pronunciata in articulo mortis, la corsa esplode. Via Dante precipita in discesa, il Corso diventa velocità pura, poi le curve, le salite, i Buchetti. Infine il Monte Ingino: tornanti, sterrato, dislivello. Qui la tecnica cede il passo alla volontà.
L’arrivo alla Basilica è un’esplosione emotiva. I Ceri girano tre volte davanti alla facciata, poi entrano. Gli uomini piangono, si abbracciano, tacciono. Il silenzio che segue pesa quanto una rivelazione.
Quando e come si svolge oggi la festa dei ceri
La Festa dei Ceri si corre il 15 maggio. Sempre. Non esistono rinvii, non esistono deroghe. Che piova o che il sole bruci le pietre, quel giorno Gubbio corre. L’unica eccezione recente è stata il 2020 e il 2021, quando la pandemia ha imposto un silenzio vissuto come un lutto vero. Per i ceraioli la Festa non dura un giorno, ma un anno intero. Tutto ruota intorno a quella corsa: riunioni, preparazione, memoria condivisa. Le tre Famiglie coordinano la complessa macchina rituale con rigore e passione. Il giorno della corsa, centinaia di uomini per ogni Cero si alternano nel trasporto, organizzati in mute e guidati dai Capodieci, che regolano equilibrio e traiettorie con gesti minimi e decisivi. Non esiste un vincitore ufficiale: l’ordine di arrivo è immutabile. La vera gloria sta nel come si corre, nel non cadere, nel tenere il passo, nel chiudere la porta della Basilica prima del Cero successivo.
La Festa dei Ceri, oggi, è questo: una lingua che si parla con il corpo, una promessa mantenuta da quasi mille anni. E quando, la sera del 15 maggio, i Ceri vengono posati e Gubbio può tornare a respirare, la città è diversa. Più vera. Come se quella corsa le avesse ricordato, ancora una volta, chi è davvero.
















